l gioco consisteva in questo, diceva Maria do Carmo, ci mettevamo in cerchio, quattro o cinque bambini, facevamo la conta, a chi toccava andava in mezzo, lui sceglieva uno a piacere e gli lanciava una parola, una qualsiasi, per esempio mariposa, e quello doveva pronunciarla subito a rovescio, ma senza pensarci sopra, perché l’altro contava uno due tre quattro cinque, e a cinque aveva vinto, ma se tu riuscivi a dire in tempo asopiram, allora eri tu il re del gioco, andavi in mezzo al cerchio e lanciavi la tua parola a chi volevi tu.

ANTONIO TABUCCHI, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, Milano 1995, p. 14

2013

 

Lunedì 25 marzo 2012 Antonio Tabucchi è morto.
Da lui ho imparato a leggere le situazioni “di traverso”, a cambiare punto di vista senza sensi di colpa, a considerare che possa esistere una verità contraria a quella che immediatamente ci appare.
Imparato forse è una parola grossa, diciamo che ho cominciato a percepire che ci possono essere modi diversi di classificare le idee e le persone e comunque, per me, è stata un’illuminazione.
Antonio amava il vino, il vino mediterraneo anzi meditatlantico, e sapeva riconoscerne sia l’autenticità sia quel sublime sapore/sapere che permette di viaggiare, con la fantasia e le parole, nel tempo e nei luoghi geografici.
Immagino che, se avesse deciso di descrivere situazioni legate al mondo del vino, si sarebbe immaginato d’immaginare scenette cameriere←→cliente di questo tipo:
-1- Per il vino ha deciso signore?
Sì!, prenderei una bottiglia di Favorita delle Langhe.
Bene, ottima scelta, posso chiederLe in base a cosa ha scelto questo vino?
Per il nome, mi piace il nome.

-2- Scusi l’ignoranza, leggo Cinqueterre nella carta dei vini, pensavo fosse una zona, è anche un vino?
Certamente signore.
Allora me ne porti una bottiglia.
Se non lo conosce e non vuole rischiare facciamo qualcos’altro... No, andrà sicuramente bene, sa, tra qualche giorno mi sposo e ho prenotato a Manarola, per la luna di miele...

-3- Stella Michelin, sommelier professionista.
Se il signore permette, con questo piatto, consiglierei un vino estremo.
Mi suona male, ricorda sport estremo, sesso estremo, sono
un tipo quieto...
Ah!, sì, in effetti il termine può indurre in inganno, niente
di tutto questo, estrema è la coltivazione della vite, al limite,
al limite della natura e delle intuizioni dell’uomo.
Mi faccia un esempio?
Blanc de Morgex, da uve che crescono in Valle d’Aosta sopra
i 1.000 metri.
Oppure?
Passito di Pantelleria
Cosa c’è di estremo in questo?
C’è il vento, c’è sempre il vento, le viti vivono in buche riparate. Anche i luoghi che ho appena menzionato sono agli estremi, della penisola.
Quanti sono i vini estremi?
Per adesso sono nove realtà e dieci vini.
Mi ha convinto, mi porti quello che lei pensa possa ben accompagnare questo piatto.
Grazie signore. Vedrà, resterà soddisfatto.

-4- Mi consiglia un autoctono.
Abbiamo un ottimo Kerner dell’Alto Adige
Scusi sa, ma il Kerner non è un autoctono.
Come non è un autoctono?
No!, è nato circa 80 anni fa da un incrocio tra due varietà,
è frutto dell’ingegno umano.
Scusi, vedo che lei se ne intende e, a me, fanno sempre domande di questo tipo, per favore mi spiega cosa significa esattamente uva autoctona?
Significa che una determinata uva proviene da un luogo preciso, che in questo luogo si è generata e che lì si è evoluta
e adattata, in poche parole che è sempre esistita solo lì.
Ad esempio una garganega veronese?
No!, vede la garganega contiene già nel nome la sua provenienza! Dunque anche greco?
Certo, anche il greco da qualche parte è arrivato.
Mi faccia un esempio di uva autoctona per favore.
Il Lambrusco, il Cannonau, l’Asprinio, il Negroamaro
o la Casetta trentina, ce ne sono parecchie...
Il Negroamaro ce l’abbiamo.
Bene allora vada per il Negroamaro.

-5- Vorrei questo vino, disse il cliente indicandolo con un dito sulla carta.
Lei conosce questo vino? Chiese il cameriere.
Certo, ma perché me lo chiede?
Sa, succede a volte che qualcuno, pur avendolo ordinato,
ce lo mandi di ritorno, diciamo che questo non è un vino facile, e lei come l’ha conosciuto?
Per caso! Gironzolando per il Collio giunsi sul Monte Calvario dove incontrai un omone gentile che, dopo una lunga
e faticosa scarpinata didattica nella quale mi spiegò il pedigree e tutti i gradi di parentela delle sue viti, mi portò nella sua cantina dove mi fece assaggiare il vino che produceva.
Dopo aver pazientemente ascoltato le mie disquisizioni
su limpidezza, retrogusto e sentori vari, apparentemente calmo, mi disse: guardi il mio vino lei non lo deve giudicare,
ci si deve innamorare, se non scocca la scintilla lasci perdere.
E lei cosa rispose?
Io?, io mi sono innamorato e, come tutti gli innamorati,
non sono obiettivo, mi piace e basta!

 

Situazioni improbabili, anzi impossibili da verificarsi però, però, verosimili.
Antonio Tabucchi sorriderebbe leggendo queste righe e, forse, gli verrebbe d’istinto di scriverne delle altre che abbiano un significato diverso, anzi probabilmente proprio l’esatto contrario.

 

GIANPAOLO GIRARDI

Sfoglia il calendario 2013

Ricerca libera

Ricerca per Categoria