WINECIRCUS

2007

«Un terroirista vive aspettando. Un’attesa irrequieta scandita dai tempi della cantina, riempita dal fare vino. Ogni tanto, poco importa se tutte le sere al tramonto o una volta l’anno quando annusa il vento di settembre, il terroirista guarda l’orizzonte e si chiede dove sarà, e quando, e come. Avete presente i surfisti del film Un mercoledì da leoni? Ragazzi che vivono accanto alla loro tavola aspettando l’onda mitica, la più possente e docile del mondo. Quella finalmente capace di appagare l’emozione come mai prima, di farti urlare volando fra l’acqua e il cielo.Ecco. Come il surfista aspetta l’onda che non c’è, il terroirista vaga invocando il terroir promesso. La terra miracolosa dove si compirà il rito nuovo ed eterno, l’alchimia magica composta di minerali, luci, venti e mano dell’uomo che scuoterà il mondo del vino. E tornerà a far dire che mai, mai prima si era fatto un vino così, unico e irripetibile come il terroir che ne è padre.
A differenza di mille personaggi che popolano il villaggio globale enologico, il terroirista non è un adoratore del vitigno, della varietà. Lo giudica uno strumento, un mezzo per dare voce a ciò che è al centro del suo cuore. Il vitigno è per il terroirista la tavola dei ragazzi innamorati del surf. Utile, possibilmente perfetta, sempre perfettibile. Ma il loro problema, il loro obiettivo, l’oggetto dei desideri non è la tavola. È l’onda. Così è il terroir per il terroirista. Il vitigno è l’attore il cui compito è solo quello di prestare il proprio volto e corpo alla commedia, allo spartito scritto dal terroir. Certo, ricorderà mille interpretazioni di Romeo e Giulietta, ma al terroirista interessa Shakespeare. Ancor più precisamente: il vitigno per il terroirista è soltanto il medium di una seduta spiritica. Colui al quale si chiede di cadere in trance per dare finalmente voce e parola al terroir, per farsi possedere dallo spirito della terra, dai milioni di anni di storia e di vita che i minerali potranno raccontare attraverso accenti, profumi, aromi, intensità, toni infiniti. Cosa sarebbe un Merlot senza Pomerol? Che Brunello avremmo da un Sangiovese senza Montalcino, e che Barolo da un Nebbiolo senza Langhe, o quale Schioppettino senza Cialla?
Tutti i terroires del mondo sono già stati scoperti, direte voi. Non è affatto così.
Le storiche terre del vino oscillano perennemente tra l’antico e il nuovo, mentre milioni di terre vergini si vanno svelando alla vite. Non solo: cambiano il clima, le tecniche di coltivazione e di produzione, le mani degli uomini non meno che i mille componenti del liquido vivo. Perché il vino è liquido vivo, biologicamente vivo.
Guai a scordarlo. E ciò che è vivo è per definizione imprevedibile, sfuggente. Pronto a mutare volto e riproporsi nel nuovo terroir atteso da sempre. Ieri Sassicaia, domani una valle californiana, fra un decennio – chissà – una crosta mesopotamica o una scoscesa valle dell’Hunan.
Perciò adesso venite. È tempo di caccia al terroir. »

(Da R. CIPRESSO, Il Romanzo del Vino, Piemme Milano 2006, Intervallo, pp. 140-142)

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