2009Chi coltiverà le nostre vigne?

«Ho sempre avuto rispetto per gli anziani, per i loro racconti. Ho sempre creduto nelle loro parole, ricche di saggezza e sapienza. Ascoltavo il mio bisnonno e mio nonno con attenzione religiosa per carpirne tutta l’esperienza possibile. Quasi con avidità guardavo i loro gesti, la loro manualità. Capaci di parlare, ragionare per ore senza per questo minimamente distrarsi dal loro lavoro. Gesti compiuti migliaia di volte, ormai perfetti, comunque eleganti. Ripetuti con maestria e grande sicurezza, mai arroganti. Spiegati con empirismo, spesso con ingenuità, con fede. Accompagnati da canzoni per aiutarsi, per tenere il ritmo. Se fosse possibile, gesti ormai facenti parte del loro DNA, da secoli. Ma è bastata una generazione, quella dei nostri padri, per interrompere questa continuità di gesti, di esperienza. (...)

E così solo oggi si sente la necessità di un sapere antico, di continuare quell’esperienza vitivinicola secolare, di riconsiderare la vecchia vitivinicoltura dei nostri nonni, dei loro gesti, della loro operatività. Oggi vogliamo sapere, capire e valutare con le nostre attuali conoscenze la tecnica empirica di questa antica sapienza vitivinicola. Ma ci accorgiamo che vengono a mancare repentinamente questi uomini, questi viticoltori-custodi, pressoché estinti. (...)
Noi, i viticoltori di oggi, siamo una generazione senza maestri diretti e dobbiamo tessere la tela della nostra esperienza e della nostra professionalità solo con i nostri pochi ricordi, e con la nostra ricerca tecnica e scientifica, che non può darci da sola tutte le risposte. (...)
Avremo sempre più l’esigenza di dare le nostre vigne, non ai nostri figli, ma ad altri uomini di diverse civiltà, costretti ad abbandonare la loro cultura (o disperazione) e a sforzarsi di diventare dei coltivatori di viti.
Se è vero, com’è vero, che dietro una bottiglia di vino oltre il territorio, il vitigno autoctono c’è soprattutto l’uomo, l’uomo autoctono, con la sua civiltà e cultura vitivinicola, dobbiamo chiederci: chi sarà domani a coltivare le nostre vigne?¹».

Noi vogliamo che la nostra civiltà vitivinicola abbia una continuità nel tempo. E solo l’Uomo può essere artefice di tutto questo. L’Uomo che s’impegna perché il paesaggio agrario, vitivinicolo, sia e rimanga espressione tangibile della sua civiltà, della sua tradizione, della sua cultura. Questa deve essere la via da percorrere. Da tutti. Da chi lavora in vigna, in cantina, e da chi commercializza e propone il vino alla vendita. Chi scende in campo nella vendita di un vino ha un ruolo di enorme importanza. È deputato, non solo alla mera vendita di un prodotto, ma, contestualmente, alla sua promozione, alla sua valorizzazione, alla diffusione della cultura vitivinicola italiana. Egli può dare un contributo enorme alla continuità del paesaggio vitivinicolo d’Italia. Può, deve, contribuire a comunicare quel valore aggiunto insito nella viticoltura italiana, che la rende unica al mondo. Questa è una missione, un compito che Proposta Vini, da sempre, ha fatto suo. Un esempio per tutti.

¹ Da La montagna di fuoco di SALVO FOTI, Food Editore, Trento 2008, pp. 151-154.

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