Gli instancabili "giaridinieri" di Ischia: la scommessa del mare, del vulcano e dell'impiego di solforosa
Tra le terrazze scoscese di Ischia, dove la vite si intreccia al paesaggio e alla memoria dell’isola, prende forma una viticoltura fatta di fatica quotidiana, cura artigianale e profondo rispetto per la terra. In questa intervista, il racconto di chi ha scelto di custodire un territorio fragile anche attraverso la sperimentazione senza solfiti.
Coltivare Biancolella, Forastera e Piedirosso su terrazze scoscese significa praticare una viticoltura "estrema". Qual è il sacrificio più grande - e la soddisfazione più autentica - di questo lavoro?
Il sacrificio più grande è sicuramente legato ai tempi e alla fatica: sulle terrazze tutto deve essere fatto manualmente, senza possibilità di meccanizzare il lavoro. Oggi si parla di viticoltura sempre più tecnologica, quasi "del futuro", con trattori automatizzati e processi sempre più efficienti. Noi, invece, lavoriamo ancora spesso a piedi, passando da una vigna all'altra e seguendo ogni terrazza singolarmente. La soddisfazione più autentica, però, è vedere queste terrazze coltivate convivere armoniosamente con il paesaggio dell'isola. Il vigneto non è mera produzione: esso contribuisce a creare il panorama stesso di Ischia e a custodirne l'identità.
Nei vostri vini l'assenza o la riduzione della solforosa è una scelta centrale: da dove nasce questa decisione e cosa cercate di esprimere attraverso questa scelta?
Questa scelta nasce da una convinzione personale che riguarda in generale il mio modo di intendere l'alimentazione. Cerco sempre prodotti il meno "manomessi" possibile, dalle verdure fino al vino. Qui a Ischia siamo una squadra di quasi dieci persone e seguiamo direttamente sia le vigne sia l'orto. E lo facciamo perchè vogliamo che ciò che arriva in tavola sia il risultato della terra, senza eccessive aggiunte chimiche o trattamenti invasivi.
Trasferire questo principio nel vino significa cercare di intervenire il meno possibile. Siamo ormai alla seconda generazione e sappiamo bene che alcuni compromessi sono necessari: fare vino completamente senza solforosa non è semplice. Per questo, abbiamo cercato di ridurne al minimo l'utilizzo, lavorando insieme al nostro enologo, Angelo Valentino.
Negli anni abbiamo sperimentato molto. Io tendevo a spingermi oltre, diminuendo ulteriormente la solforosa, ma a volte i vini andavano incontro a ossidazione, perdendo profumi e aromi. Finchè, qalche anno fopo, è stato proprio Angelo a propormi di provare davvero a realizzare vini senza solfiti, seguendo un protocollo specifico che richiedeva tempo e pazienza.
Così, nel 2021, è nato questo progetto: un vino ottenuto attraverso l'iperossidazione del mosto, una tecnica antica reinterpretata in chiave moderna. E' stata questa la vera origine della nostra sfida "zero solfiti".
Fare vino senza solforosa richiede maggiore attenzione e comporta anche più rischi. Qual è stata la sfida più difficile da affrontare e come si conquista la fiducia del consumatore verso questa tipologia di vino?
Abbiamo presentato questi vini solo da poco in realtà... la prima reazione è spesso di curiosità, ma anche di perplessità. C'è chi arriva con entusiasimo e chi invece affronta l'assaggio con qualche dubbio. Ciò che conta, però, è che all'assaggio le persone rimangano sorprese positivamente: trovano profumi puliti, complessità e nessun odore sgradeole. Sotto questo aspetto le soddisfazioni sono state davvero grandi.
La fiducia del consumatore si conquista proprio così: facendo parlare il vino nel bicchiere.
Possiamo definirti quasi come un "giardiniere" dell'isola. Cosa significa per te custodire Ischia attraverso la vigna, in un territorio così fragile e identitario?
La fragilità del territorio l'abbiamo sperimentata sulle nostra pelle. Ischia è fragile sotto molti aspetti: lo sfruttamento edilizio può compromeettere paesaggi che la natura ci ha consegnato perfetti, e purtroppo in passato lo abbiamo visto accadere.
Ma è fragile anche dal punto di vista geologico: frane e alluvioni fanno parte della storia dell'isola, per via della conformazione stessa del territorio. In questo senso la viticoltura terrazzata svolge anche un ruolo di protezione. Durante l'ultima alluvione, per esempio, la presenza delle terrazze ha contribuito a rallentare la frana lungo il suo percorso.
Definirmi un "giardiniere" dell'isola? Sì, ma sempre parlando di un lavoro di squadra. Credo che il nostro compito sia custodire il territorio, oltre che coltivarlo.
Oggi quanto è complicato essere produttore su una piccola isola come Ischia, tra costi, turismo, trasporti e cambiamenti climatici? E quali sono invece i vantaggi di lavorare in un contesto così unico?
Su un'isola i costi sono inevitabilmente più alti: tutto ciò che arriva qui costa di più, così come costa di più spedire all'esterno quello che produciamo. In più, Ischia vive soprattutto di turismo e a volte la viticoltura sembra quasi "ingombrante". I vigneti spesso sono vicini a case vacanze o strutture alberghiere, quindi bisogna adattare i tempi di lavoro: non puoi iniziare a lavorare alle sette del mattino accanto a un hotel pieno di ospiti. Lo stesso vale per i trattamenti,che devono essere fatti negli orari e nei modi meno invasivi possibile.
Tutto questo comporta una continua capacità di adattamento.
Dall'altra parte, però, c'è anche un grande vantaggio: il turista vede con i propri occhi il lavoro che c'è dietro il vino. Vede le vigne, vede la fatica, vede il territorio. E questo dà al prodotto un valore percepito molto più forte.
Recuperare terreni abbandonati e continuare una viticoltura tanto impegnativa sembra quasi una scelta controcorrente. Per te è stata una scelta radicale di libertà o, in qualche modo, una responsabilità inevitabile verso la terra e la storia familiare?
Quando ti trovi davanti a una scelta del genere senti inevitabilmente il peso della responsabilità. Sono l'utlimo di quattro figli e sapevo che, se avessi rinunciatoo, probabilmente l'attività si sarebbe fermata. Allo stesso tempo, però, non mi sono mai sentito obbligato.
Mio padre non mi ha imposto nulla: è stata una scelta libera.
Avevo già familiarità con il lavoro in cantina e ho pensato che valesse la pena provarci. Direi quindi che è stato un equilibrio tra libertà personale e senso di responsabilità verso la terra e la storia familiare.
E credo che un giorno questa stessa scelta di presentarà ai miei figli. Spero di riuscire a fare quello che ha fatto mio padre con me: lasciarli completamente liberi di decidere il proprio futuro.


