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    Vendemmia e cambiamento climatico: quando varietà e territori mostrano capacità di adattamento

    venerdì, 16 ottobre 2026 Maddalena Frigerio, venerdì, 16 ottobre 2026 (0 minuti di lettura)

    Qualche produttore sarà ancora alle prese con gli ultimi grappoli, ma per la quasi totalità delle aziende vitivinicole la vendemmia 2026 è ormai entrata nella sua fase conclusiva. È il momento, quindi, di provare a leggere ciò che questa stagione ci racconta.

    Il cambiamento climatico ha modificato la stagionalità della vendemmia? La risposta, osservando quanto accaduto negli ultimi anni, sembra essere sì. Rispetto a qualche decennio fa, in molte aree la raccolta è stata progressivamente anticipata.

    Ma c'è un altro aspetto, forse ancora più interessante: non tutte le varietà e non tutti i territori stanno reagendo allo stesso modo.

    Alcune combinazioni tra vitigno, ambiente e pratiche viticole sembrano infatti mostrare una particolare capacità di adattamento alle nuove condizioni climatiche. È il caso, con caratteristiche differenti, del Lambrusco di Sorbara in Emilia-Romagna, della Chiavennasca in Valtellina e delle varietà della Valpolicella, in particolare della Corvina.

    Non significa che questi territori siano immuni dagli effetti del cambiamento climatico. Al contrario. Significa che, in determinate condizioni, varietà e ambienti stanno dimostrando una capacità di risposta che permette di preservare equilibrio, acidità, maturazione e sanità delle uve.

    Lambrusco di Sorbara

    A Modena il tema dell'anticipo della vendemmia è ormai evidente. Come racconta Paltrinieri, le temperature sopra la media e la maggiore frequenza di stagioni caratterizzate da caldo e scarse precipitazioni hanno modificato il ritmo della viticoltura.

    «Se ottobre era il mese della vendemmia, ora è settembre, e lo è da parecchio tempo. Da qualche lustro».

    Eppure, guardando più indietro nel tempo, il quadro si fa meno lineare. Sulla Cattedrale di Modena, nei bassorilievi che rappresentano i mesi dell'anno e i lavori agricoli tradizionali, settembre è raffigurato con un uomo intento a pigiare l'uva, mentre ottobre è dedicato al travaso.

    Un'immagine che suggerisce una domanda interessante: ciò che oggi interpretiamo come cambiamento climatico rappresenta sempre e soltanto una novità assoluta, oppure anche un ritorno a condizioni che in passato si sono già verificate?

    Al di là di questa riflessione storica, un dato appare evidente: negli ultimi anni le stagioni climaticamente “normali” sono diventate più difficili da individuare. Periodi di caldo prolungato, precipitazioni concentrate, siccità e grandinate hanno modificato il contesto nel quale i produttori devono decidere il momento della raccolta.

    La maggior parte delle aziende ha quindi dovuto anticipare la vendemmia. Ma non necessariamente il Sorbara.

    Il caldo ha avuto un effetto, con una certa riduzione dell'acidità, ma non ha necessariamente imposto un anticipo drastico della raccolta.

    È un esempio significativo di come ciò che vale in molte zone viticole non sia necessariamente applicabile ovunque. Il cambiamento climatico è un fenomeno generale, ma la risposta del vigneto può essere estremamente locale. E nel caso del Sorbara, la varietà sembra avere mantenuto una buona capacità di adattamento, consentendo di continuare a perseguire l'equilibrio necessario alla produzione dei vini del territorio.

    Chiavennasca

    Un'altra risposta interessante arriva dalla Valtellina, dove la Chiavennasca, nome locale del Nebbiolo, cresce in un ambiente alpino caratterizzato da condizioni pedoclimatiche particolari.

    La Valtellina, racchiusa tra le Alpi Retiche e le Alpi Orobie, rappresenta un territorio nel quale altitudine ed escursioni termiche possono giocare un ruolo importante nel mantenimento dell'equilibrio delle uve.

    Secondo Simone Nera, l'annata 2026 ha mostrato finora condizioni favorevoli soprattutto sotto il profilo sanitario.

    La stagione è stata caratterizzata da un clima asciutto e da precipitazioni scarse, condizioni che hanno favorito la sanità delle uve e limitato gli attacchi fitosanitari. La siccità è stata avvertita maggiormente nella zona della Sassella, ma senza compromettere l'equilibrio complessivo della maturazione.

    Un ruolo importante lo hanno avuto anche le escursioni termiche tra giorno e notte, significativamente in questa fase della stagione.

    Interessante anche il confronto con il passato. Secondo il produttore, negli anni precedenti la maturazione fenolica della Chiavennasca non sempre risultava armonica. Negli ultimi anni, invece, le uve raccolte hanno mostrato un equilibrio maggiore sotto diversi punti di vista.

    Anche l'epoca di vendemmia conferma una certa evoluzione: oggi la raccolta avviene mediamente circa una settimana prima rispetto ad alcune annate del passato, mentre prima della pandemia difficilmente iniziava prima della prima settimana di ottobre.

    Un anticipo, dunque, che esiste, ma che non racconta da solo la qualità della stagione.

    Anche in Valtellina, quindi, il calendario sembra essere solo una parte della storia. La capacità della Chiavennasca di mantenere acidità ed equilibrio, insieme alle caratteristiche dell'ambiente montano, rappresenta un elemento importante nella risposta alle nuove condizioni climatiche.

    Corvina, e non solo...

    Un'altra testimonianza arriva dalla Valpolicella, dove Villa Spinosa ha dato ufficialmente il via alla vendemmia il 7 settembre 2026.

    La data è in linea con quanto registrato negli ultimi cinque anni e offre un'interessante chiave di lettura: se rispetto a 20 o 30 anni fa la vendemmia è oggi generalmente più precoce, l'inizio della raccolta del 2026 non rappresenta necessariamente un'anomalia rispetto alla storia più recente del territorio.

    È proprio questa distinzione a essere importante. Il cambiamento climatico sta modificando tempi e modalità della viticoltura, ma non significa che ogni annata debba necessariamente essere più precoce della precedente.

    In Valpolicella emerge piuttosto un altro elemento: la capacità delle aree storicamente vocate di rispondere alle nuove condizioni climatiche.

    Le zone collinari possono contare su altitudine, esposizioni, escursioni termiche e caratteristiche dei suoli che contribuiscono a mitigare gli effetti delle temperature più elevate. A questo si aggiunge un patrimonio varietale selezionato nel corso dei secoli.

    È il caso di Corvina Veronese, Corvinone e Rondinella, varietà che rappresentano il patrimonio ampelografico della Valpolicella e che, secondo Villa Spinosa, stanno mostrando una buona capacità di risposta alle nuove condizioni.

    «Le aree da sempre vocate alla coltivazione della vite stanno dimostrando una grande capacità di risposta alle nuove condizioni climatiche».

    È un concetto che ritorna anche negli altri territori osservati: non esiste una risposta unica al cambiamento climatico. La reazione della vite dipende dalla varietà, dal territorio, dall'altitudine, dall'esposizione, dai suoli e naturalmente dalle scelte del viticoltore.

    Valle d'Aosta: Alessandro Jans e il ruolo della pergola

    In Valle d’Aosta, Alessandro Jans individua nei periodi prolungati di alta pressione, nella siccità e nelle temperature elevate, anche durante la notte, alcuni dei cambiamenti climatici più significativi degli ultimi anni. Le condizioni più critiche si concentrano tra giugno e agosto e possono incidere sulla fisiologia della vite, provocando invaiature irregolari, una rapida diminuzione dell’acidità e una maturazione incompleta dei vinaccioli.

    In questo contesto, un ruolo importante è svolto dalla pergola valdostana, un sistema di allevamento che, secondo Alessandro, si è dimostrato resiliente ed efficiente. La sua struttura permette di ombreggiare i grappoli, limitando le scottature, e di garantire una buona esposizione delle foglie. Inoltre, lo sviluppo di apparati radicali profondi favorisce la resistenza nei periodi siccitosi.

    Anche la gestione del vigneto è determinante: un diradamento adeguato contribuisce a ottenere una maturazione più equilibrata.

    L’esperienza valdostana conferma così che la capacità di adattamento della viticoltura non dipende soltanto dal vitigno e dal territorio, ma anche dai sistemi di allevamento tradizionali, che possono rivelarsi risorse preziose per affrontare le nuove condizioni climatiche. In questa prospettiva, emerge anche il valore della visione: la capacità dell’uomo di guardare alla propria storia e al territorio in cui opera, riconoscendone l’identità e le risorse, per interpretare il presente e immaginare il futuro. È la stessa attitudine che caratterizza il vignaiolo, chiamato a confrontarsi con la propria storia personale e con la memoria del luogo in cui lavora, senza rinunciare alla possibilità di progettare nuove strade. Tradizione e innovazione diventano così due dimensioni complementari di una viticoltura capace non solo di adattarsi ai cambiamenti climatici, ma anche di costruire una prospettiva per le generazioni future.

    Non solo vendemmie anticipate

    Guardando quindi a Lambrusco, Chiavennasca e Corvina, emerge un quadro più articolato rispetto alla semplice equazione “clima più caldo = vendemmia anticipata”.

    L'anticipo delle raccolte è un fenomeno reale e documentato in molte aree viticole. Ma altrettanto importante è osservare come i diversi vitigni riescano a mantenere il proprio equilibrio all'interno di condizioni climatiche che stanno cambiando.

    Di fronte al cambiamento climatico, la capacità di adattamento della vite non sembra dipendere soltanto da quanto cambia il clima, ma anche da quanto una varietà e il territorio in cui cresce sono in grado di rispondere a quel cambiamento.

     

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