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    Mauro, vulcanaro d'adozione, tra cenere e Malvasia

    venerdì, 09 ottobre 2026 Maddalena Frigerio, venerdì, 09 ottobre 2026 (0 minuti di lettura)

    Possiamo dire che sei un "vulcanaro d'adozione". Cosa ti ha conquistato di questo luogo e cosa ti ha spinto a fare vino su un'isola come Vulcano?

    E' iniziato tutto negli anni '80, quando con la mia famiglia eravamo soliti trascorrere le vacanze nelle Eolie, a Vulcano appunto. La passione dei miei genitori per questa terra è diventata presto anche la mia, sono rimasto subito profondamente affascinato da questo luogo.

    Il ricordo più "romantico" che ho legato alla mia fascinazione per questa terra risale proprio a quegli anni. Ho iniziato a venire qui quando frequentavo le scuole medie e, in quel periodo, a scuola abbiamo iniziato a studiare l'Odissea e il viaggio di Ulisse attraverso il Mediterraneo. Ho iniziato ad avere familiarità con le storie di Calipso, della maga Circe, Polifemo, le ninfee e le sirene e ricordo che, soggiornando nelle Eolie, avevo la sensazione che i luoghi che stavo studiando sui libri potessero essere proprio questi. Sentivo gli stessi profumi di allora, duemila anni dopo vivevo la loro stessa anima mediterranea, vedevo le loro stesse piante, percorrevo gli stessi sentieri, facevo il bagno nel loro stesso mare.

    Questa sovrapposizione tra ciò che imparavo a scuola e ciò che vivevo qui mi affascinava moltissimo. Vulcano ha iniziato così a rappresentare per me qualcosa di più di un semplice luogo di vacanza: è diventato un luogo del cuore.

    La cantina è tornata in vita dopo circa 50 anni di abbandono, grazie anche al lavoro di tuo padre. Quanto è stato importante recuperare questi vigneti e riportare in vita una storia vitivinicola che sembrava ormai perduta?

    Negli anni Novanta, mio padre, che di mestiere faceva l'imprenditore, si è imbattuto in questi terreni, che si trovavano in una posizione straordinaria ma erano completamente abbandonati. Ha deciso quindi di acquistarli e di reimpiantarvi i vigneti. All'epoca non c'erano che ruderi a una casa padronale che al piano terra ospitava la cantina, il cosiddetto "palmento".

    Inizialmente vendevamo l'uva e la vinificazione era affidata a terzi, fino a quando nel 2014 abbiamo deciso di ristrutturare questa vecchia cantina, abbandonata da decenni, riportando così in vita un luogo che apparteneva alla storia vitivinicola dell'isola.

    Io arrivavo da studi completamente diversi, sono ingegnere aerospaziale. Nel corso degli anni, però, mi sono affezionato sempre di più a questo luogo e ho capito che aveva bisogno di essere seguito più da vicino. Portare avanti questo progetto richiedeva tempo, dedizione e studio e io in quel periodo avevo la possibilità di dedicarmi a queste cose e ho deciso di mettermi in gioco in prima persona.

    Oggi ho anche l'onore di essere alla guida del Consorzio, custode di un vino tanto prestigioso quanto legato a un'antica tradizione come la Malvasia delle Lipari. Questo vino ha infatti sempre occupato un ruolo di primo piano nelle principali corti europee e nel mondo del clero. Dopo la crisi della fillossera, le guerre mondiali e le successive emigrazioni, la viticoltura eoliana ha attraversato un periodo di forte difficoltà e il patrimonio vitivinicolo delle isole ha rischiato di andare perduto. Per questo considero ancora più importante il lavoro di recupero e di valorizzazione che stiamo portando avanti.

    Qui la vigna vive letteralmente sopra un vulcano: nei terreni c'è presenza importante di cenere vulcanica. Che caratteristiche ha questo suolo e come si comporta la vite quando cresce in un terreno così particolare?

    Il suolo qui ha caratteristiche molto peculiari. I vigneti si trovano infatti su una colata di lava che si protende nel mare: su tre lati c'è l'acqua e, in questa lingua di terra, il vigneto.

    A prima vista il terreno può sembrare sabbioso, ma in realtà è costituito da piccolissimi lapilli di colore nero. Non si tratta quindi di sabbia, bensì di cenere lavica, che rende questo suolo molto particolare e profondamente legato alla natura vulcanica dell'isola.

    E poi c'è un elemento che rende questo territorio ancora più particolare: il vulcano è vivo. Vulcano non è semplicemente un luogo caratterizzato da un'origine vulcanica, ma è un territorio nel quale la presenza del vulcano continua a essere percepibile.

    Queste peculiarità in vigna, in che modo si riscontrano poi nel vino?

    Il terreno di cui abbiamo appena parlato è un terreno "povero", particolarmente adatto alla vite. Il fatto che sia un suolo giovane e che i vigneti siano collocati in pendenza contribuisce a determinare una bassa resa per ettaro.

    Questa bassa resa permette di ottenere uve più concentrate, nelle quali le caratteristiche del vitigno e del territorio risultano maggiormente accentuate. Nel vino questo si traduce in profumi più intensi e una maggiore concentrazione, accompagnati da una caratteristica sapidità.

    A completare il profilo ci sono una spiccata freschezza e uan buona acidità, anch'esse favorite dalle condizioni della vigna e dalle basse rese. Sono proprio questi elementi, insieme alla componente vulcanica del terreno, a contribuire a dare ai vini un'identità così particolare.

    Parliamo ora di Malvasia delle Lipari. Cosa rappresenta per te questo vitigno e perchè pensi che proprio Vulcano sia il territorio capace di esprimerlo in modo così particolare?

    Sull'isola di Vulcano, così come nelle altre Eolie, la vite viene coltivata da tempi molto antichi. Ci sono tracce della viticoltura già in epoca romana: non sappiamo naturalmente quali varietà fossero coltivate allora, ma sappiamo che almeno a partire dal Medioevo, quindi da oltre 500 anni, nelle Eolie si coltiva la Malvasia.

    Ancora oggi la Malvasia rappresenta una parte molto importante della viticoltura eoliana, arrivando a costituire circa il 60-70% della superficie vitata. La sua storicità è quindi una delle ragioni principali per cui abbiamo scelto di produrla: è un vitigno profondamente legato alla storia e all'identità di queste isole.

    I nostri impianti di Malvasia risalgono al 2004 e oggi le piante hanno quindi più di vent'anni. Sono entrate in una fase di piena maturità, nella quale riescono a esprimere al meglio le proprie caratteristiche, sia in termini di maturazione dell'uva sia di qualità del prodotto.

    A questo si aggiungono le peculiarità del nostro terreno, giovane, vulcanico e caratterizzato da basse rese, che contribuiscono a ottenere uve di grande concentrazione e qualità. E' proprio l'incontro tra un vitigno profondamente radicato nella storia delle Eolie e un territorio così particolare che, secondo me, rende la Malvasia di Vulcano così interessante.

    Dal 2014 l'azienda è certificata BIO. Quanto è importante lavorare in un modo biologico in un ambiente così fragile e unico come quello dell'isola di Vulcano? Quali sono le sfide e quali le soddisfazioni?

    La scelta del biologico, qui alle Eolie, è secondo me una scelta m olto naturale. Il clima di queste isole è particolarmente favorevole e ci permette di lavorare limitando al minimo gli interventi in vigna. Quando sono necessari dei trattamenti, ricorriamo a dosi molto basse, per esempio di zolfoo. Abbiamo quindi la fortuna di poter contare su condizioni climatiche che ci aiutano molto nella gestione biologica del vigneto. A questo componente naturale si aggiunge poi una forte motivazione etica. Per me fare impresa signifca anche compiere delle scelte responsabili ed equilibrate, rispettando il territorio nel quale si opera, così come la fauna e la flora lo abitano.

    In un ambiente così particolare e fragile come quello di Vulcano, credo che questo approccio sia ancora più importante. Lavorare in biologico significa cercare di preservare il territorio nel tempo e, allo stesso tempo, adottare un metodo che considero maggiormente tutelante anche nei confronti del consumatore finale.

    Anche la gestione dell'acqua rappresenta un aspetto importante. La Malvasia delle Lipari è infatti ben adattata alle calde e secche estati eoliane. La scarsità di acqua può determinare una resa per ettaro più bassa, ma non pregiudica nè la qualità dell'uva prodotta nè la saluta della pianta. In questo senso gioca un ruolo importante anche la capacità delle foglie di assorbire l'umidità notturna, particolarmente presente in un territorio a stretto contatto con il mare.

    La soddisfazione più grande, quindi, è riuscire a produrre vino cercando di rispettare il più possibile il luogo da cui quel vino nasce.

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