Tra ristorazione e vigna, tra Venezia e Arbus
Abbiamo intervistato Luigi Secchi che, insieme alla moglie Patricia, guida la cantina Gibadda, un progetto nato dall’incontro tra due mondi: quello della ristorazione e quello della viticoltura. Dopo una lunga esperienza a Venezia, dove Luigi ha lavorato per anni come docente, sommelier e ristoratore, la coppia ha scelto di tornare alle radici famigliari in Sardegna. Qui, hanno recuperato le vigne di famiglia e trasformato quello che doveva essere una piccola produzione per il ristorante, in una vera e propria realtà vitivinicola. Oggi la cantina vuole raccontare un territorio ancora poco conosciuto attraverso vini che esprimono identità, tradizione e un forte legame con il territorio.
La vostra storia nasce nella ristorazione e poi evolve nella produzione del vino. Quando avete capito che era il momento di passare dall'altra parte del tavolo, da chi serve il vino a chi lo produce?
In realtà, la nostra storia nasce proprio dal vino. Mio nonno e mio padre lavoravano la vigna, io provengo da una famiglia umile, mio padre faceva il minatore di notte e durante il giorno coltivava la terra. Per questo, da giovane, ho percepito il lavoro in vigna quasi come un’imposizione e ho deciso quindi di lasciare la Sardegna. Con il tempo, però, ho capito quanto fosse forte il legame con la mia terra. Quando mi sono reso conto che i sacrifici degli avi e le vigne di famiglia rischiavano di andare perduti, ho sentito il bisogno di fare qualcosa per recuperarli.
Ho sempre lavorato nel mondo della ristorazione, come sommelier, docente e ristoratore, e il vino è sempre stata per me una grande passione. Così è nata l’idea: recuperare le vigne di famiglia e produrre un po' di vino per il ristorante. Quello che all’inizio doveva essere solo una piccola produzione per la nostra tavola, però, nel tempo è cresciuto. Oggi abbiamo circa 4 ettari di vigneto e 6 di uliveto.
Dopo l'esperienza fuori dalla Sardegna, cosa vi ha spinto a tornare proprio lì? E' stata una scelta strategica o emotiva, o entrambe?
Direi sicuramente entrambe. Da una parte c’era il desiderio di recuperare il territorio e la storia della nostra famiglia, dall’altra una componente emotiva molto forte: un sardo non lascia mai davvero la Sardegna, ma come Ulisse al richiamo della sua isola, prima o poi sente il bisogno di tornare.
Io dico spesso che per me è come aver vissuto con due madri. La prima è la Sardegna, la seconda è Venezia. Sono partito a quindici anni e ho vissuto cinquant’anni a Venezia. È impossibile scegliere una solo delle due. Venezia mi ha dato moltissimo: mi ha formato dal punto di vista professionale e imprenditoriale. È una città unica, perché è il mondo che arriva a Venezia, non il contrario. Allo stesso tempo però, la Sardegna rimane il luogo in cui si torna sempre.
Aprire un'attività a Venezia è stata una scelta importante per un ristoratore. Cosa vi ha insegnato quest'esperienza e in che modo ha influenzato il vostro approccio al vino e alla produzione?
Più che Venezia in sé, è stata la professione del ristoratore a formarmi. Ho sempre lavorato come sommelier, docente e ristoratore, e questo mi ha dato un approccio molto particolare al vino.
Spesso i produttori non comprendono fino in fondo le dinamiche della ristorazione: come vengono scelti i vini, come vengono raccontati ai clienti, quali sono le esigenze di chi li propone in carta. Noi abbiamo la fortuna di conoscere entrambi i mondi. Sappiamo come ragionano i produttori, ma sappiamo anche come ragionano i ristoratori. Questa doppia prospettiva per noi è un grande vantaggio.
Dal punto di vista produttivo ci ha insegnato anche un’altra cosa: approcciarci al vino in maniera semplice, producendo vini che rispecchiano il territorio, il vitigno e la nostra personalità, ma che sappiano anche dialogare con il mercato.
Il nostro progetto, quindi, è partito da un’idea molto chiara: volevamo produrre vini che fossero espressione del territorio, del vitigno e del nostro modo di pensare il vino. Abbiamo scelto di lavorare solo con vitigni autoctoni, in passato nel nostro paese c’erano moltissime vigne, ma con lo sviluppo delle miniere e con alcuni incentivi regionali che favorivano l’estirpazione dei vigneti, gran parte della viticoltura è scomparsa. Oggi sono rimasti solo piccoli appezzamenti coltivati da famiglie per consumo domestico.
Il territorio è molto esteso – circa cinquanta chilometri di costa – ma nel paese oggi esistono solo due cantine, una delle quali è la nostra. Quando ho ereditato il vecchio vigneto di famiglia, un impianto secolare ad alberello, abbiamo deciso di recuperarlo e di provare a dare un segnale anche ai giovani del territorio, per dimostrare che lavorare la terra può ancora avere un futuro.
Quanto è importante per voi che i vostri vini raccontino la Sardegna? Quali elementi del territorio volete che emergano nel bicchiere?
Per noi è fondamentale. Vogliamo che nel vino si senta il carattere del territorio. La nostra è una terra dura, arida, forte. Chi vive in territori difficili deve sviluppare una grande tenacia, altrimenti non sopravvive. Lo stesso vale per la vite: o è forte oppure muore.
In un certo senso i sardi e la natura si rispecchiano l’uno nell’altra. Per questo i nostri vini sono tenaci, a volte anche un po' selvaggi e ruvidi. I nostri vini rappresentano quindi tanto il territorio quanto il nostro carattere.
C'è una referenza alla quale siete particolarmente affezionati?
In realtà siamo affezionati a tutte le nostre etichette, perché ognuna racconta una storia. Come accade con i figli, ognuno ha la sua personalità ed è difficile scegliere il preferito.
Probabilmente però il vino a cui siamo più legati è Mommoti, il primo nato. È quello che rappresenta maggiormente il territorio e la storia della nostra famiglia. Da lì è iniziata la nostra rinascita, dal recupero del vecchio vigneto di famiglia. Oggi abbiamo quattro ettari di vigneto distribuiti in tre appezzamenti: il primo è proprio quello storico, secolare, allevata ad alberello. Gli altri li abbiamo piantati noi negli anni successivi.
Un altro vino a cui siamo legati è Argidha, nato da una sperimentazione con la vinificazione in anfora. Poi c’è Sorbino, legato a una storia molto intensa. L’etichetta è stata creata da un nostro amico artista, esponente della pop art. Gli avevamo chiesto di progettare l’etichetta per un vino che in quel momento non era ancora in produzione. Lui realizzò il prototipo, ma purtroppo morì prima di vedere il vino nascere. Oggi quell’etichetta racconta una storia intensa e accompagna un vino prodotto con Nasco, uno dei vitigni più antichi e rari della Sardegna.
Come immaginate l'evoluzione dell'azienda nei prossimi anni?
Ci immaginiamo un’azienda che continua a crescere. Per essere sostenibile, una cantina non può fermarsi a quattro ettari di vigneto: le bottiglie sono troppo poche rispetto ai costi fissi. Oggi produciamo circa 10.000 bottiglie, quindi dovremo necessariamente crescere.
Allo stesso tempo, vogliamo rimanere fedeli alle nostre radici. I nostri vini rimarranno quelli: vogliamo continuare a produrre quel tipo di vino e quel tipo di prodotto.
Ci piacerebbe anche diventare un punto di riferimento per il territorio. Più aziende nascono, meglio è: significherebbe creare movimento e attirare attenzione su una zona che ha molto da offrire ma che oggi è ancora poco conosciuta.
Non è semplice proporsi quando si è un’azienda piccola, in un territorio poco noto e con vini che il pubblico deve ancora scoprire. Ma siamo convinti che non ci sia bisogno di inventare nulla: questo territorio ha già tutto ciò che serve per raccontare una grande storia di vino.












