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Paltrinieri: un'Eclisse che illumina da 100 anni

venerdì, 27 febbraio 2026 Maddalena Frigerio, venerdì, 27 febbraio 2026 (6 minuti di lettura)

Cent’anni non sono soltanto un traguardo cronologico: sono un intreccio di mani, vendemmie, scelte controcorrente e sguardi rivolti avanti. Per Cantina Paltrinieri, nel cuore della denominazione Lambrusco di Sorbara DOC, il 2026 rappresenta molto più di una celebrazione. È un momento di gratitudine e consapevolezza: verso chi ha iniziato questo percorso, verso la terra tra Secchia e Panaro che lo ha reso possibile, e verso le nuove generazioni chiamate a scriverne il futuro.

In questa intervista ripercorriamo con Barbara, moglie di Alberto Patrilinieri, un secolo di storia attraverso memoria, identità, visione e innovazione. Dalla scelta pionieristica del Sorbara in purezza alla consacrazione del Leclisse, fino ai nuovi progetti che guardano lontano, emerge il ritratto di una cantina che ha saputo rinnovare la tradizione senza mai tradire le proprie radici.

Cosa significa festeggiare i 100 anni della cantina?

Per noi il centenario non è tanto la celebrazione di un traguardo, quanto un gesto di ringraziamento. Io e Alberto rappresentiamo solo una parte di questa storia: trent’anni su cento. Abbiamo preso in mano una realtà che esisteva già, costruita dal lavoro e dalla visione di chi ci ha preceduti.

Festeggiare significa dire grazie. E soprattutto guardare avanti. Più che un bilancio del passato, è un augurio: che questi primi cento anni siano solo l’inizio di un percorso ancora lungo, da consegnare alle prossime generazioni.


C’è un episodio che senti particolarmente rappresentativo di questi 100 anni?

Il punto di svolta è stato il 1998, quando abbiamo deciso di uscire con il primo Sorbara in purezza, 100%. Una scelta che ha segnato non solo la nostra storia, ma in parte anche quella della denominazione.

Il disciplinare del Lambrusco di Sorbara DOC prevede un blend di Sorbara e Salamino, con quest’ultimo fino ad un massimo del 40%. In vigneto la presenza del Salamino è necessaria per ragioni agronomiche: il Sorbara è un vitigno “sterile”, non riesce ad autoimpollinarsi, e per questo ogni tre piante di Sorbara se ne pianta una di Salamino. Ma nel disciplinare non è scritto che quella percentuale debba essere mantenuta anche nel vino.

Noi abbiamo deciso di non aggiungerlo affatto.

È nato così un Lambrusco completamente diverso dall’immaginario comune: colore scarico, quasi trasparente, acidità vibrante, profilo sottile ed elegante. Nel 1998, però, i tempi non erano ancora maturi. Il mercato premiava vini rossi, strutturati, spesso amabili. Abbiamo fatto molta fatica. Ma era l’unico modo per dire: noi facciamo un’altra cosa.

Veniamo al territorio, in che modo ha plasmato l’identità dei vostri vini?

Sorbara è una piccola frazione in provincia di Modena, situata nel punto più stretto tra i fiumi Secchia e Panaro. Scendendo verso il Po, i due corsi d’acqua si avvicinano fino quasi a sfiorarsi: Sorbara è esattamente lì, in quella stretta lingua di terra.

È una zona fertilissima, tanto che viene talvolta definita “piccola Mesopotamia”. I terreni sono ricchi di limo, poveri di argilla, estremamente minerali. Le radici trovano facilmente acqua e nutrimento. Da qui nasce quella tensione acida così marcata che caratterizza il Sorbara.

Dal 2008 collaboriamo con l’enologo toscano Attilio Pagli, diventato ormai un amico di famiglia. Il suo insegnamento è semplice e profondo: il bravo vignaiolo non è chi aggiunge, ma chi non toglie nulla a ciò che la campagna offre.

I nostri vini cercano di essere questo: espressione pura di freschezza, acidità e mineralità. Caratteristiche che per anni sono state considerate difetti, in un’epoca in cui si preferivano vini morbidi e amabili. Oggi quelle stesse qualità sono diventate un punto di forza. Forse perché, in fondo, riflettono anche un po’ il nostro carattere: diretto, talvolta spigoloso, ma autentico.

Quanto è cambiata la viticoltura in questi 100 anni?

I cambiamenti più rapidi li abbiamo vissuti negli ultimi trent’anni. Per decenni si è fatto un solo vino, sempre nello stesso modo. Con i nostri nonni era così.

Le trasformazioni più interessanti sono avvenute in cantina più che in vigneto. Certo, oggi gli impianti sono più moderni e il lavoro manuale è diminuito, ma la vera rivoluzione è stata culturale.

Nel 1996, alla prima vendemmia di Alberto, il Lambrusco non era quasi considerato un vino “serio”. Alle fiere si provava quasi imbarazzo. Oggi la situazione è completamente diversa. Il vino è diventato un evento culturale, un momento di condivisione.

Negli anni ’90 il 99% dei nostri clienti erano destinati a clienti privati. Oggi il 50% della produzione è destinato all’estero e il mondo della ristorazione è diventato centrale, anche grazie alla collaborazione con Proposta Vini, che dura da quindici anni. Abbiamo avuto coraggio, siamo stati a tratti “anarchici”.

C’è un vitigno simbolo della vostra storia?

Senza dubbio il Sorbara. È un vitigno autoctono che può essere coltivato solo in un piccolo fazzoletto di terra: circa un terzo della provincia di Modena, nella sua parte settentrionale.

È un vitigno selvatico, che storicamente cresceva lungo le rive dei fiumi. Fragile e difficile, ma capace di una personalità unica. Racconta perfettamente la nostra identità.

E se doveste scegliere una bottiglia simbolo?

Scegliamo Leclisse. La vera svolta è arrivata con la vendemmia 2007. Avevamo tre vasche di Sorbara in purezza. In una, Alberto decise di lavorare il mosto a freddo, portandolo a zero gradi, effettuando una decantazione statica e facendo partire la fermentazione su mosto perfettamente pulito. Oggi è una pratica diffusa; nel 2007 non lo era.

Durante un travaso ci siamo accorti che quella vasca aveva qualcosa di straordinario: profumi intensi di rosa e violetta, un colore rosa delicatissimo, una finezza inaspettata. È nata così l’idea di chiamarlo “Leclisse”, per sottolinearne l’eccezionalità.

Nel 2008 esce la prima annata, la 2007. Nel 2010 arrivano i Tre Bicchieri: un riconoscimento che ha legittimato il nostro percorso anche fuori da Modena, e poi all’estero. Leclisse, metodo Charmat lungo, è diventato simbolo della nostra idea di innovazione.

Il 2010. Ancora oggi, se aperta, è straordinaria. Dimostra che il Lambrusco non è un vino con una “data di scadenza”. Se lavorato con attenzione, può avere longevità e profondità sorprendenti. Scardinare l’idea del Lambrusco come vino semplice e immediato è una delle sfide che ci siamo posti.

E se Leclisse rappresenta l’innovazione, il Radice invece rappresenta la tradizione.

E come possono coesistere innovazione e tradizione?

Per noi la tradizione non è un punto fermo, ma qualcosa che deve continuamente rinnovarsi. Se resta immobile, diventa folklore. La vera innovazione è quella che riesce a trasformare la tradizione senza tradirla.

Oggi, tra l’altro, il mercato è particolarmente favorevole ai nostri vini: cerca rosati, bollicine, acidità marcate, gradazioni contenute. Il Sorbara in purezza risponde perfettamente a queste richieste ed è estremamente versatile, capace di dialogare anche con cucine lontane dall’Emilia-Romagna, come quelle del Nord Europa o del Canada. Con un ulteriore valore aggiunto: prezzi accessibili.

Parlaci delle novità del centenario…

Il 2026 sarà un anno di cambiamenti. Cecilia lavora in azienda da due anni ed è diventata mamma. Giovanni, dopo un percorso di studi in enologia tra Italia e Francia, è rientrato con entusiasmo e nuove idee.

Gli abbiamo affidato il vigneto più vecchio dell’azienda per sperimentare liberamente. Dopo una raccolta manuale, ha vinificato sei tonneaux di Sorbara in purezza. È solo l’inizio.

Parallelamente stiamo sviluppando un progetto ambizioso: un Sorbara in purezza con metodo Solera. L’idea nasce nel 2020, durante la pandemia. In quel periodo abbiamo prodotto una cuvée solidale con le annate 2017, 2018 e 2019, rifermentata in bottiglia, devolvendo integralmente il ricavato al banco alimentare. Grazie anche all’e-commerce, siamo riusciti a donare 28.000 euro.

Da quell’esperienza è nato un progetto strutturato: ogni anno abbiamo aggiunto un tonneaux, con continui rincalzi fino ad arrivare, nel 2023, a sei botti complete. È nata così una cuvée che abbraccia le annate dal 2017 al 2023. Le bottiglie saranno pochissime: forse una piccola preview già quest’anno.

Stiamo inoltre investendo molto nell’ospitalità: una persona dedicata alle visite e degustazioni e quasi 3.000 visitatori nel solo 2025. È gratificante vedere quanto interesse ci sia per questo territorio.

Dove immaginate la vostra cantina tra 100 anni?

È una domanda complessa, ma la risposta per me è semplice: non lo so.

E va bene così. Toccherà ai nostri figli immaginarla. Noi dobbiamo essere capaci di fare un passo indietro, come i nostri nonni hanno fatto con noi.

Il futuro appartiene a loro. E questo, forse, è il senso più profondo di festeggiare cento anni.

 

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