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    Norbert e l'armonia del maso

    venerdì, 31 luglio 2026 Maddalena Frigerio, venerdì, 31 luglio 2026 (0 minuti di lettura)

    Una giornata di inizio estate in Alto Adige. Il cielo della Valle Isarco si chiude all'improvviso e un temporale estivo avanza tra le montagne. Tuoni, pioggia e il rumore delle ruote di un vecchio Defender bianco che risalgono undici chilometri di strada forestale. Alla guida c'è Norbert.

    La destinazione è la malga di Radoar, la malga di famiglia. Quando arriviamo, il primo gesto di Norbert è tanto semplice quanto antico: accendere il fuoco nella vecchia stufa economica. In pochi minuti l’ambiente si scalda e, solo allora, inizia il racconto. Un racconto che parla di terra, di natura e di un modo di fare agricoltura che oggi appare quasi rivoluzionario proprio perché nasce dal buon senso. Norbert ama definirsi prima di tutto un contadino. È una definizione che racchiude una visione precisa: osservare la natura, comprenderne i ritmi e lavorare con ciò che essa mette a disposizione.

    La malga di Radoar rappresenta il punto più alto di questa storia, a 1800 metri di altitudine. Qui Norbert trascorreva tre mesi ogni estate da bambino. È un luogo di memoria, ma anche una parte essenziale dell'azienda agricola. Durante la bella stagione vi pascolano quattro Grigie Alpine, due maschi e due femmine. Pochi animali, apparentemente marginali in un'azienda che oggi produce soprattutto vino. Eppure, sono fondamentali.

    Per capire perché bisogna scendere a Velturno dove, lungo il Sentiero del Castagno, sorge il maso di famiglia.

    È un classico maso chiuso della Valle Isarco, un organismo agricolo che da oltre un secolo e mezzo appartiene alla stessa famiglia. L'edificio risale al Trecento; gli avi di Norbert lo acquistarono nel 1850 e oggi lui rappresenta la quinta generazione. Lavora qui dagli anni Novanta.

    Prima dell’arrivo di Norbert, l'allevamento e la produzione di latte erano l'attività principale. Oggi è il vino ad essere diventato il volto più conosciuto del maso. Ma sarebbe un errore ridurre tutto alle vigne.

    I diciassette ettari dell'azienda raccontano infatti una storia molto più complessa. Quattro ettari appartengono alla malga. Altri quattro sono occupati da boschi e castagneti. Il resto si divide tra vigneti e frutteti. Il Pinot Nero cresce nel vigneto più basso; il Riesling raggiunge gli 830 metri di quota; il Kerner, impiantato nel 2022, sfiora gli 860 metri. Poco sopra ancora si estende un antico castagneto, un patrimonio che appartiene tanto alla famiglia quanto alla cultura di Velturno.

    Tra i filari e i frutteti convivono mele, pere, prugne, cotogne, sambuco e castagne. Non sono colture accessorie, sono piuttosto i tasselli di un sistema. È proprio qui che emerge la filosofia di Norbert.

    «Per me è importante lavorare con quello che c'è», racconta. «Abbiamo la vigna, la frutta, il castagneto, i prati da sfalcio. Per questo è importante che ci siano ancora le mucche».

    Le quattro Grigie Alpine, una delle più antiche razze bovine delle Alpi, non servono a produrre latte. La loro presenza garantisce il letame necessario alla fertilità dei terreni, contribuisce all'ospitalità agrituristica e mantiene vivo un equilibrio che altrimenti andrebbe perduto. Chiudono il cerchio.

    È una parola che ritorna spesso ascoltando Norbert: circolarità.

    Nulla esiste isolatamente. Il bosco protegge il terreno. Gli animali nutrono i campi. I prati producono il fieno. I castagni custodiscono biodiversità e tradizioni. La frutta diventa succhi e distillati. Le vigne producono vino. Ogni elemento sostiene l'altro.

    L'azienda è certificata biologica da oltre trent'anni, ma le definizioni stanno strette a Norbert. Il suo approccio incorpora molti principi della biodinamica, pur senza trasformarsi in un'appartenenza ideologica.

    Nel 2005 incontra Andrew Lorand, agronomo svizzero e profondo conoscitore della viticoltura biodinamica. Per tre anni segue i suoi corsi intensivi. È un'esperienza che lascia un segno importante, ma che viene filtrata attraverso una sensibilità personale.

    «Oggi abbiamo ovviamente bisogno delle certificazioni», spiega, «ma per me l'agricoltura va oltre. Significa vivere e pensare il proprio lavoro considerando tutto quello che ne fa parte: il terreno, il clima, la malga, il bosco, il castagneto, la cantina e la distilleria».

    La sua sembra una ricerca di coerenza. Una logica naturale che si riflette anche nelle trasformazioni dei prodotti. Come nel succo di mela, realizzato qui dagli anni Settanta. Una miscela che unisce Golden Delicious, Topaz e numerose varietà antiche locali di cui ricordiamo Brixner Plattlinger e Steinpepping. Per Norbert il succo non è semplicemente una bevanda: è un modo per conservare l'energia del frutto, per custodire il raccolto nel tempo.

    Lo stesso vale per le castagne, simbolo identitario di Velturno e protagoniste del celebre Sentiero del Castagno, la cui valorizzazione deve molto anche al suo impegno. Ogni autunno, tra raccolta manuale e caldarroste offerte ai visitatori, si rinnova un rapporto profondo tra territorio e comunità.

    In un'epoca in cui l'agricoltura tende alla specializzazione estrema, il maso di Norbert racconta un'altra possibilità. Quella di un'azienda agricola che non rincorre la semplificazione ma coltiva una apparente complessità che però porta ad un naturale e necessario equilibrio. Un luogo dove vigne, boschi, animali, castagni e frutteti convivono in equilibrio.

    Forse è proprio questo il significato più autentico del suo essere contadino. Non produrre una singola cosa nel modo migliore possibile, ma creare le condizioni affinché ogni elemento della terra possa contribuire alla vita dell'altro.

    Come un cerchio che continua a chiudersi, stagione dopo stagione.

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